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Prezzo dollaro: ancora trend ribassista

I ribassi del dollaro non lasciano più sorpresi. In effetti le previsioni sul cambio euro/dollaro per il 2018 avevano ipotizzato un deprezzamento della valuta statunitense. Questo trend non riguarda però solo la nostra moneta; il dollaro infatti sta perdendo quota nei confronti anche di altre economie, mostrando una debolezza che allarma non poco il mercato USA.

Ma quali sono le cause di questa discesa? Tra chi afferma le responsabilità della politica fiscale di Trump, chi punta il dito sui deficit americani, ci sembra utile l’analisi di Goldman Sachs.

Secondo il colosso bancario, i perché non vanno ricercati all’interno delle dinamiche statunitensi, ma si tratterebbe di cause estrinseche. In sostanza, gli investitori hanno iniziato a guardare altrove, specialmente alle piazze europee e giapponesi.

Si tratta di un mercato, quello di oggi, che accetta i rischi, e anzi li ricerca. Se altre zone hanno mostrato una crescita più alta di quanto previsto, ciò ha fatto sì che i capitali di investimento si spostassero proprio dall’altra parte del mondo, rafforzando, ad esempio, euro e yen a tutto sfavore del  dollaro.

Gli scambi commerciali lasciano ai margini gli USA favorendo altri big del pianeta e nuovi potenziali protagonisti come la Corea o la Malesia

Non si trascuri, indine, la sempre maggiore domanda di materie prime, a vantaggio dei Paesi esportatori, nonché la normalizzazione della politica monetaria verso cui sta tendendo anche l’UE.

Previsioni dollaro 2018: cosa aspettarsi?

Nonostante la FED si stia muovendo per aumentare i tassi di interesse e i rendimenti dei titoli di Stato, secondo Goldman Sachs il 2018 vedrà un dollaro debole e che cederà preminenza ad altre valute. Gli analisti sottolineano che è improbabile il deprezzamento continui ai ritmi di questo inizio anno; una discesa meno ripida, per intenderci, ma l’andamento sarà quello.

Il mercato si sta già attrezzando. Hedge fund e consulenti trading hanno iniziato a suggerire posizioni short sul biglietto verde, ma non è improbabile che una buona fetta di investitori voglia vendere.

Goldman Sachs rinviene un parallelismo tra la situazione attuale e quella già verificatasi tra il 2004 e il 2006, quando l’aumento dei tassi di interesse ha avuto come conseguenza il deprezzamento del dollaro.