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Criptovalute e sovranità monetaria

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Uno dei quesiti principali che si pongono quando si parla di Bitcoin e di altre criptovalute forse ancora non così note ma in rapida ascesa è quello del loro rapporto con la sovranità monetaria dello Stato.

È indubbio che questa sovranità, con lo sviluppo delle monete digitali, tende ad affievolirsi: niente più banche centrali, per lo meno non come siamo abituate a concepirle, ma un unico ente (chiamiamolo genericamente così) con diverse mansioni specializzate. Con le criptovalute il conio di moneta sarà indotto dalla domanda, e non più dall’offerta stabilita dalle banche centrali (che ricordiamo essere sotto il controllo dello Stato, dal momento che è questo ad avere la sovranità monetaria).

In sostanza si passa da un sistema supply induced ad uno demand induced. Potremmo paragonare le criptovalute agli istituti di emissione passati, una sorta di reincarnazione sotto il segno della tecnologia. Da ciò, derivano due importanti conseguenze: da un lato l’inflazione delle criptovalute, che sono digitalmente coniate in numero modesto, dall’altro l’impossibilità da parte dello Stato di controllare quest’inflazione.

Prezzo e inflazione delle criptovalute

Ma che cosa determina il prezzo dei bitcoin e delle altre monete virtuali? Purtroppo, al di là della sopracitata differenza tra la grandissima domanda e la ristretta offerta, è difficile dare una risposta esauriente.

È impossibile infatti stabilire lo scopo di chi decide di comprare e quindi investire in queste monete. Commercio, passione per gli investimenti e le nuove frontiere per settore, ma non sono escludibili a priori abusi quali ad esempio il riciclaggio. Stando così le cose, cioè con una domanda che supera l’offerta, le criptovalute continueranno a registrare forti rialzi (salvo situazioni particolari e isolate, come il caso della Cina che abbiamo affrontato ieri) e azzardare sulle monete virtuali sembrerà ai più un rischio molto più che vantaggioso.

Se, però, tali condizioni dovessero cambiare, le perdite saranno altrettanto ingenti. Si può quindi sì parlare di una bolla speculativa, come l’ha definita l’economista Paolo Savona, ma al momento non pericolosa. Gli investitori sono ancora in numero ridotto, così come l’entità degli investimenti, pertanto non è il caso (ancora?) di incorrere in allarmismi.