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Crisi delle economie emergenti: i riflessi sui mercati

Ci troviamo in un momento storico di grandi stravolgimenti per l’economia internazionale. I risvolti delle tensioni commerciali USA – Cina stanno colpendo a livello globale, e i primi a farne le spese sono i mercati emergenti.

Si pensi alla debolezza della Turchia e della sua lira, o dell’Argentina e del relativo pesos, giusto per fare due esempi. Ma la crisi sembra spargersi a macchia d’olio. Nelle Isole Filippine l’inflazione ha superato il 6%, record degli ultimi 9 anni. In Indonesia la rupia si sta avvicinando ai minimi storici, risultato che non si registrava dal 1998. Male anche per rand sudafricano, che firma la recessione del Paese con un -0,7%.

Tutto ciò trova riflesso sui mercati finanziari, a cominciare dalla borsa di Tokyo che segna rosso, ma il flop non risparmia neppure i listini europei. Solo Piazza Affari sembra salvarsi al momento, rimanendo l’unica al di sotto dell’1% di perdita, sostenuta dal decremento dello spread.

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In leggero rialzo è invece l’euro, che nel cross con il dollaro statunitense chiude oltre 1,61. La situazione italiana però potrebbe soffrire a breve termine dei dati macro dell’indice Pmi; ad oggi il valore è di 52,6 a fronte dei 53 previsti dal mercato, e in calo rispetto ai 54 dello scorso luglio.

Non si trascurino le commodity, che a causa del rafforzamento del dollaro sono in ribasso. Primo tra tutti il petrolio, che perde oltre l’1%.

Azioni e materie prime in calo: cosa sta succedendo?

Secondo Ottaviano Canuto, direttore esecutivo della Banca Mondiale, questo momento critico è imputabile a tre cause: l‘ascesa del dollaro, la situazione politica e i rischi sul commercio internazionale. In particolare un dollaro forte incide negativamente sugli Stati con ampio deficit denominato in questa valuta; la politica è ciò che opprime Paesi come Messico e Brasile, mentre sul terzo punto non possiamo non pensare agli USA, sia verso la Cina sia verso l’Iran. A catena, ciò potrebbe compromettere le economie di tutta l’area asiatica.

In tutto ciò il Fondo monetario, con il prestito da 50 miliardi di dollari all’Argentina, si ritrova invischiato una crisi che ha avuto la sua ultima manifestazione oltre 20 anni fa. Il rialzo dei tassi al 60% non ha avuto l’esito sperato, ossia quello di placare la svalutazione del cambio, che a sua volta peggiorerà l’inflazione.