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Millennials, la generazione che incrementerà il Pil. All’estero.

Gli under 30, i cosiddetti Millennials, sono giovani ricchi di risorse. Risorse che però non rimpinguano il loro conto corrente. Ormai chiedersi se il mercato del lavoro può offrire loro qualcosa sembra avere una risposta scontata, cioè no.

Ma chi sono questi Millennials? Sono gli under 30, circa 9 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni, che costituiscono il 15% della popolazione.

Sono diplomati ma per lo più in possesso di almeno una laurea triennale. Conoscono l’inglese grazie ai progetti Erasmus universitari, alla diffusione di testi e film in lingua straniera, padroneggiano la tecnologia e riescono a tenere il passo dell’innovazione. E si tratta anche di soft skills: carattere, capacità di adattamento, abilità nel lavorare in team.

Alla luce di questi presupposti, la generazione degli under 30 sembrerebbe destinata ad un futuro economicamente ricco di soddisfazioni, eppure secondo l’Istat non è così, e lo analizzeremo a breve.

Occupazione ieri e oggi: dati a confronto

Dai dati relativi al 2017 emerge infatti uno scenario ben poco rassicurante. Il tasso di occupazione per i giovani al di sotto dei 25 anni è del 17%, quello di disoccupazione viaggia attorno al 35% mentre l’inattività si stabilisce sul 73%.

Si migliora lievemente allargando la definizione di Millennials agli under 35. Il tasso di occupazione è al 40,5%, la disoccupazione al 21,5% e l’inattività al 48,4%.

Ciò che preoccupa è piuttosto il gap riscontrato nel confronto con la generazione che ha tra i 35 e i 49 anni. In questo caso l’occupazione è addirittura al 73%, la disoccupazione al 9,3% e l’inattività al 19,5%.

La situazione è nettamente peggiorata rispetto a 40 anni fa. Basti pensare che nel 1971 i giovani sotto i 25 anni di età avevano un tasso di occupazione ben superiore, aggirandosi attorno al 25%, mentre la disoccupazione non superava il 10%.

Numeri difficili da spiegare, soprattutto alla luce del livello di istruzione. Sempre nel ’71 solo il 14% degli under 30 era diplomato, e addirittura la percentuale dei laureati era l’1%. Adesso i diplomati sono al 46% e i laureati il 20%, eppure l’emigrazione sembra l’unica via per realizzarsi professionalmente.

Il rischio, già concreto, è quello di dovere emigrare all’estero per veder riconosciute le proprie competenze, con un impoverimento enorme per l’Italia, sia dal punto di vista del PIL sia da quello, più profondo, del capitale umano.