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Prezzo del petrolio in forte ribasso: cosa succede?

Il prezzo del petrolio ha subìto un repentino crollo; avevamo da poco parlato rally a oltre 70$ al barile, ma in questi giorni sta viaggiando sui 65$. Per l’esattezza, nel momento in cui si scrive viene venduta a 64,54$. I prezzi che riferiamo, lo precisiamo, riguardano il Brent.

Complice del brusco decremento sono ancora una volta gli USA, che con la produzione di shale oil, ossia del greggio, mette a rischio i tagli al petrolio ratificati dall’OPEC già dal 2016 e confermati lo scorso dicembre.

Appena pochi giorni fa infatti la produzione del greggio made in USA ha superato i 10 milioni di barili al giorno, un record che non veniva toccato dagli anni ’70 e di cui l’economia mondiale non sentiva il bisogno. Più petrolio significa concretizzare il pericolo di un’alta volatilità e, come dimostrano i prezzi, far pericolosamente scendere le quotazioni della materia prima.

Secondo molti analisti non possiamo illuderci di rialzi, per lo meno sul breve termine. La stessa EIA, Energy Information Administration, ha ipotizzato ulteriori incrementi da parte degli Stati Uniti per tutto il 2018.

Prepariamoci quindi a trend ribassisti in barba agli accordi dell’OPEC.

Produzione petrolio, gli Usa superano l’Arabia Saudita

Per farci un’idea di quanto sia intensiva la produzione di shale oil negli Stati Uniti, basti pensare che supera quella dell’Arabia Saudita, che lo scorso mese si è tenuta sotto i 10 milioni di barile. Il podio a livello mondiale spetta comunque alla Russia, con 11,3 milioni.

Vanno però evidenziati due punti fondamentali. Il primo riguarda proprio la Russia, che sta tagliando la produzione volontariamente come segno di rispetto verso gli accordi presi con l’OPEC. Il secondo fa riferimento invece all’Arabia Saudita, che estrae meno petrolio del suo potenziale.

Riad infatti conserva una spare capacity, ossia una certa quantità di materia prima come scorta in caso di emergenze o eccessive oscillazioni di prezzo.

Gli USA sembrano tuttavia avere un ruolo di primo piano in ambito energetico, tanto la stessa Arabia Saudita ha, proprio oggi, acquistato 700mila barili di shale oil. Complice l’embargo al Qatar, fino a questo momento fornitore principale di greggio leggero, ma questa importazione rimane un fatto anomalo che però potrebbe dare ulteriore spinta alla produzione degli USA.