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Prezzo petrolio -3%: le cause del trend ribassista

Il petrolio continua a dividere i produttori circa la prassi operativa; tali incertezze si riversano sul mercato, tanto che l’oro nero, sia Brent che Wti, ha perso circa il 3% durante lo scorso fine settimana. Al momento della scrittura sembrano entrambi in una fase di timidissima ripresa. Il greggio sta scambiando a 62,25$, rosicchiando un +0,12%.

A pesare sono diversi fattori. In primis la minacciata guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina; quest’ultima potrebbe, si vocifera, imporre dazi anche sulle importazioni di petrolio made in USA, risposta al paventato aumento di 100 miliardi di dollari voluto da Trump sulle importatazioni cinesi. Altro motivo alla base del forte ribasso è il disaccordo tra Arabia Saudita e Iran sul prezzo del greggio al barile.

Molti analisti rimangono tuttavia ottimisti. A supporto del prezzo del petrolio è il decremento delle scorte di greggio usa. Secondo la Energy Information Administration (EIA), a fine marzo tali scorte sono scesa a 4,6 milioni di barili a giorno. Notizia che stupisce, dal momento che erano invece stati previsti aumenti per 246.000 barili quotidiani.

In generale è diminuita la produzione dell’OPEC e dei suoi alleati, che si trova oggi ai minimi dell’ultimo anno. Complici di ciò sono il calo delle esportazioni dell’Angola, il blocco della produzione libica e la decrescita di quella venezuelana.

Previsioni petrolio per la settimana

Nel caso in cui la Cina dovesse davvero imporre quei dazi di cui abbiamo parlato, l’equilibrio tra domande e offerta potrebbe essere molto vicino ad un crack. Ricordiamo infatti che proprio la Cina è tra i principali importatori di greggio statunitense.

Ciò porterebbe ad uno scenario ribassista, specialmente se a ciò si accompagnassero una ripresa della produzione USA e una prolungata debolezza della tendenza economica globale.

Questa pressione short potrebbe però mutare di direzione se dalla Cina venisse ufficialmente comunicato che non verrà applicato alcun dazio al greggio di Trump. In tal caso il mercato mostrerebbe una maggiore propensione al rischio, con conseguente rialzo del prezzo al barile.

L’apertura di oggi segna, in effetti, una maggiore fiducia degli investitori che, sebbene lieve, appare una risposta in controtendenza rispetto alle tensioni commerciali di cui sopra, forse grazie all’atteso inizio dei negoziati tra le due super-potenze.