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Azioni Dropbox: tutte le caratteristiche dell’IPO

La tecnologia continua ad “invadere” i mercati finanziari. In una scena dominata da Apple e dallo scandalo Facebook, arriva anche l’IPO di Dropbox.

La società di cloud storage ha reso noto che in fase di IPO emetterà 36 milioni di azioni che saranno collocate sul mercato in una forbice tra i 16 e i 18 dollari. Le azioni saranno suddivise in due segmenti, A e B. I titoli A, consistenti nel 2% del totale, saranno riservati al pubblico, mentre la seconda tranche riguarderà i fondatori e gli investitori iniziali.

Va però sottolineato che Dropbox ha perso valutazione negli ultimi quattro anni: se nel 2014 era stato valutato per 10 miliardi di dollari, adesso il valore è sceso a 7/8 miliardi. Si prevede che con l’IPO se ne raccoglieranno 610 milioni, ma siamo ancora lontani dai livelli di pochi anni fa.

La discesa del prezzo ha comprensibilmente creato qualche polemica. Eric Schiffer, di Patriarch Organization, ha definito il prezzo “uno schiaffo in faccia agli investitori del round 2014“.

IPO Dropbox: sarà un successo?

Una prima osservazione riguarda la natura di Dropbox. Il defunto Steve Jobs, durante un incontro con Drew Houston, fondatore e CEO di Dropbox, gli disse che aveva creato “una caratteristica, non un prodotto“. La sincronizzazione dei file non è, infatti, esclusiva di Dropbox, o per lo meno non lo è più. Pensiamo a OneDrive di Microsoft, a Drive di Google, o allo stesso iCloud di Apple.

Certamente la perdita del monopolio ha contribuito al decremento valoriale della società, unita al fatto che i margini di ricavo sono bassi. Vero che Dropbox conta oltre 500 milioni di utenti (di cui solo 100 registrati nel 2017), ma a questo boom di iscrizioni non ha fatto seguito alcun guadagno: solo il 2% paga per le funzionalità extra, come maggior spazio di archiviazione, tracciamento amministrativo e integrazione con Microsoft Office.

In sostanza si tratta dello stesso problema che abbiamo riscontrato con Spotify, nel paradosso di avere utenti in crescita ma al 90% non paganti. Insomma la sfida per Dropbox (ma anche per Spotify) è quella di convincere gli internetnauti a pagare qualcosa che è già gratis altrove, e al contempo convincere i perplessi investitori che ciò accadrà, rendendo un eventuale trading fruttuoso.